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CRONACA DI UN’ESTINZIONE: IL CARPODACO (o FROSONE) DELLE BONIN (Carpodacus ferrerostris).

Capodarcus, cardinalini, beccogrossi americani, ecc...

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CRONACA DI UN’ESTINZIONE: IL CARPODACO (o FROSONE) DELLE BONIN (Carpodacus ferrerostris).

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Ecco una nuova piccola Cronaca di.. una estinzione: il CARPODACO DELLE BONIN (Carpodacus ferreorostris)

CRONACA DI UN’ESTINZIONE: IL CARPODACO (o FROSONE) DELLE BONIN (Carpodacus ferrerostris).

Questa minuta storiella relativa alla estinzione storica di un uccellino insulare ricalca le orme di tante altre analoghe relative a specie endemiche di arcipelaghi isolati. Gli arcipelaghi insulari, o talvolta singole isole, in particolare se di origine vulcanica, cioè non distaccatisi dalla terraferma ma originatisi in loco per attività tettonica, rappresentano infatti dei perfetti sistemi biologici isolati dove la vita, sia animale che vegetale, si è originata a partire da micropopolazioni di fondatori di origine continentale che hanno speciato in condizioni di isolamento geografico. La classica speciazione allopatrica in un microcosmo dove sono libere tante nicchie ecologiche, e quindi dove la spinta ambientale affinché ciò avvenga in temi brevi è molto forte in quanto molto conveniente. Ciò che ne deriva sono specie singolari rappresentate ciascuna da piccole popolazioni, talvolta relegate ad una singola isola, o addirittura un singolo habitat, esclusive, i classici endemismi insulari insomma, piccole pietre preziose, delicate ed uniche. Questi ecosistemi cresciuti nell’isolamento producono specie sovente inadatte a sopportare pressioni predatorie forti o competizioni alimentari con specie invasive. Quindi spesso soccombono in breve tempo quando ciò avviene. E ciò avviene allorquando in quelle isole che hanno vissuto in pace per millenni arriva l’uomo.

ARCIPELAGO DELLE BONIN: è anche detto arcipelago delle Ogasawara. Si tratta di un pugno di isole molto a sud rispetto sia alle isole principali del Giappone che all’arcipelago delle Isole Zu. Politicamente l’arcipelago fa infatti parte del Giappone ed è composto da circa 30 isole tropicali di cui solo 2 sono abitate da popolazione civile. In una terza c’è ancora oggi una base militare con circa 400 uomini della guardia costiera ed aviazione giapponese. Iwo Jima è un nome che qualcosa ispira. Remoti accadimenti bellici. A Iwo Jima nel 1945 si combatté una delle più terribili e spietate battaglie della 2^ Guerra Mondiale tra Americani e Giapponesi, dove le truppe dell’Esercito Imperiale giapponese resistettero stoicamente all’assalto della task force americana, grazie anche al meticoloso lavoro di costruzione di una imponente rete di tunnel nelle viscere della terra da parte del Generale Kurubayashi. La battaglia furiosa e violentissima durò poco più di 1 mese e si concluse con il quasi totale annientamento del contingente giapponese (più di 18.000 uomini) ed alla perdita di 23.000 uomini di parte americana. La vitoria americana aprì agli stessi la strada per Okinawa, dove pure fu combattuta un’altra battaglia estremamente sanguinosa. Entrambe le ecatombi furono, purtroppo, motivo di riflessione circa il bilancio altrettanto (o peggio) sanguinoso che uno sbarco anfibio in Giappone avrebbe comportato….cosi si arrivò fatalmente a considerare l’altra terribile opzione. Quella nucleare. Iwo Jima e Okinawa furono cioè la serratura che aprì le porte dell’Inferno di Hiroshima e Nagasaki e le loro rispettive bombe atomiche e bombe H.

Accanto a questi episodi bellici tristemente famosi, alle isole Ogasawara ne erano accaduti altri, altrettanto tristi ma molto meno famosi negli anni addietro, cioè l’estinzione di specie animali endemiche fra cui il nostro Carpodaco.
Allorquando le isole, scoperte nel 1543 dagli spagnoli, furono abitate permanentemente dal 1830 circa, gli sconvolgimenti ecologici conseguenti soprattutto all’introduzione di ratti e gatti ed alla deforestazone portarono alla rapida estinzione di alcuni endemismi insulari, fra cui ben 4 specie di Uccelli (precisamente 3 specie ed 1 sottospecie) soprattutto a carico dell’Isola di Chichi Jima, l’isola abitata da più tempo: il TORDO DELLE BONIN O DI KITTLITZ (Zootheria terrestris) , il COLOMBO DEI BOSCHI DELLE BONIN (Columba versicolor), la NITTICORA DELLE BONIN (Nycticorax caleidonocus crassirostris) ed il nostro CARPODACO DELLE BONIN (Carpodacus ferreorostris). Ciò avvenne nell’arco di un cinquantennio appena dall’arrivo a titolo permanente dell’uomo nell’Isola.

Come si diceva nulla di nuovo, uno schema classico. Tranne due dettagli: il Carpodaco delle Bonin era una specie davvero peculiare e, fatto ancora più significativo per una categoria umana chiamata allevatori di Uccelli, appartiene ad un Genere molto noto in ambito ornitofilo, quello dei Carpodacus. È quindi opportuno fare un brevissimo escursus in questo raggruppamento.

I CARPODACHI. Con questo nome si indica generalmente un Genere di Fringillidi volgarmente denominati Ciuffolotti, ma non ascritti al Genere Pyrrula (di cui Pyrrula pyrrula è il nostro Ciuffolotto) o Pinicola. Il Genere comprende 21 specie diverse per taglia e forma ma che presentano una caratteristica comune: la presenza del pigmento lipocromico nel piumaggio, soprattutto a carico dei maschi, che conferisce allo stesso la tipica colorazione a base rossastra, dal rosa al rosso fino al rosso porpora, tale da farli definire in lingua inglese Roseifinch (cioè fringuelli rosei o rossastri). Interessante è la radiazione adattativa dei Carpodachi, in qunat sepcie filogeneticamente vicine sono distribuite in zone molto distanti fra loro. E cosi mentre abbiamo Carpodachi americani, 3 specie (il Carpodaco purpureo, il Carpodaco di Cassin ed il ben noto, per chi alleva, Carpodaco messicano – Carpodacus messicanus, che oggi è a tutti li effetti dopo il Canarino la specie di Fringillide più facile ed incline a riprodursi in cattività), una specie anche europea (il Carpodaco scarlatto – Carpodacus erythrinus), che fa sporadiche visite anche in Italia, sulle Alpi friulane, pur essendo il suo areale legato al nordest d’Europa e la fascia paleartica dell’Asia, Il resto delle specie è diffuso in Asia, dal Medioriente all’Estremo Oriente, Continente Indiano ed Indocina. Questo è a testimonianza evidente che il nucleo originario di questo raggruppamento è asiatico e che da lì si è diffuso anche in altri continenti. La maggioranza dei Carpodachi ha attitudini forestali, soprattutto si dimostra legato al sottobosco fitto ed umido delle foreste di montagna. Sono parzialmente terricoli, ed a terra ricercano il cibo, costituito da semenze prative, bacche ed insetti (e loro larve). Il becco massiccio dei Carpodachi permette, soprattutto durante l’Inverno, di ghermire e spezzare i duri gusci delle granaglie più massive. In questo era soprattutto specializzato il nostro Carpodaco che, fra tutti appunto, aveva ilò becco più massiccio.

BREVE STORIA DEL CARPODACO DELLE BONIN:
Come nei migliori thriller, abbiamo inquadrato il luogo, il periodo storico e le “frequentazioni” dell’assassinato, ora manca una sua descrizione e poi ricercheremo l’assassino (peraltro è stato già già accennato). Il Carpodaco delle Bonin anch’esso rappresentava una eccezione all’areale della maggioranza dei Carpodachi, era cioè al pari dei Carpodachi americani e di quello europeo, un periferico geografico. Si caratterizzava, come tutti i Carpodachi per la presenza di lipocromi soprattutto nel maschio nella zona della testa e del collo fino all’alto petto, che donava a queste aree la classica colorazione rosso-arancio. Il resto del corpo era bruno a carico del mantello e bianco nel ventre e sottocoda. La femmina aveva tinte più sfumate in cui, su fronte guance e collo, erano presenti accenni di giallo-arancione. Ma l’aspetto davvero insolito, per essere un Carpodaco si intende, era il becco: gigantesco, massiccio, per dirla in breve da Frosone. Il Frosone (Coccothrauses coccothrauses) in effetti presenta un becco simile anche se per il resto non è strettamente imparentato (non più di un qualsiasi altro Fringillide in ogni caso), dimostrando con chiarezza che la presenza di un becco similmente massiccio è frutto di convergenza evolutiva, uguale specializzazione alimentare, uguale foggia del becco.

Le scarne descrizioni di questo uccello (la specie si è estinta in breve tempo dopo i primi contatti con gli esseri umani) lo descrivono come terricolo, di difficile osservazione, lento nei movimenti e restio a prendere il volo, preferendo invece scomparire nel basso sottobosco. Era infatti legato come tutti i Carpodachi asiatici ad habitat forestale. Viveva sicuramente a Chichi Jima e forse in un paio di isolott vicini. Si suppone nidificasse a scarsa altezza dal suolo e menasse prevalentemente vita terricola, nutrendosi anche di granaglie e bacche di dimensioni medie e dal rivestimento coriaceo, facilmente apribili dal becco massiccio. Già nel 1854, a soli 24 anni dal prmo insediamento umano nell’isola non fu più avvistato, in compenso al suo posto si osservavano ratti, gatti, cani e maiali circolanti, rilasciati come cibo ambulante per i coloni. Questo significa in sintesi: predazione, distuzione delle uova e delle nidiate, forse, anche se prove non vi sono, malattie, portate da vettori qali zanzare, favorite nel loro ciclo riproduttivo dai maiali, maestri nell’aprire pozze fangose dove le zanzare vi possono deporre le uova. Alle Hawaii questo è successo con la malaria aviaria. Qui prove in tal senso non ve ne sono, ma l’estinzione di ben 4 specie di uccelli in brevissimo tempo forse ne è un indizio.

CONCLUSIONI: scarne le informazioni su questo uccello che in brevissimo disparve e rimase solo il ricordo, rappresentato da un decina di tristi esemplari imbalsamati. Si può però essere sicuri che i colpevoli, anche se indiretti, siamo stati noi ed a me, che amo gli uccelli e ne allevo, il solo pensare all’impossibilità di potere ammirare esemplari di tale bellezza e peculiarità mette grande malinconia. L’Uomo ha perso nell’indifferenza e senza accorgersene un altro tesoro della biodiversità, unico ed irripetibile.
Allegati
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